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lunedì 29 febbraio 2016

Liberalizzazione UE nomi di vitigno, convegno Tipicità 2016

Nell'ambito della 24^ edizione di Tipicità Made in Marche Festival, tavola rotonda sul tema:
"Liberalizzazione UE nomi dei vitigni: denominazione italiane a rischio. Il NO della filiera".
La proposta di modifica del Regolamento 607 del 2009 per rivedere le norme sull’etichettatura delle denominazioni di origine: primo piano sui rischi per la viticoltura nazionale con i principali consorzi italiani del vino e le organizzazioni di categoria.

CONDUCE
GIORGIO DELL’OREFICE – Giornalista Agrisole – Il Sole 24 Ore
INTERVENTI
PAOLO DE CASTRO – Coordinatore S&D Commissione Agricoltura e Sviluppo Rurale del Parlamento Europeo (in collegamento esterno)
ANNA CASINI – Vicepresidente e Assessore all’Agricoltura Regione Marche
RICCARDO RICCI CURBASTRO – Presidente Nazionale Federdoc
DORIANO MARCHETTI – Vicepresidente Istituto Marchigiano di Tutela Vini (IMT)
ALBERTO MAZZONI – Direttore Istituto Marchigiano di Tutela Vini (IMT)

05/03/2016 ore 11:00 Sala Convegni Raffaello

post correlato:
http://pressing-europeo-sui-vini-denominazione.html

TIPICITÀ: Made in Marche Festival-24a edizione.
Fermo Forum, Zona Industriale Girola, 63900 Fermo (Fm)
5-7 marzo 2016

Orario di apertura
- Sabato 5 e Domenica 6: ore 9:30-21:00
- Lunedì 7: ore 10:00-20:00
Info
Segreteria organizzativa, Piazza Dante, 21 - 63900 FERMO
tel. 0734/225237; e-mail: info@tipicita.it
Biglietto d’ingresso: € 8,00.
Tutte le notizie pratiche sono reperibili all’indirizzo web: www.tipicita.it

lunedì 7 dicembre 2015

Pressing europeo sui vini a denominazione d'origine.

E' di questi giorni la proposta della Commissione Europea sulla liberalizzazione dei vini con nome di vitigno.
Ciò ha provocato l'immediata reazione degli organismi italiani di tutela vitivinicola, che vedono messe a rischio storiche Denominazioni con nome di vitigno come ad esempio Lambrusco, Vermentino, Sangiovese, Verdicchio e altro.
L'iniziativa prende spunto dalla riforma OCM Vino, che contempla la protezione delle denominazioni di origine territoriali e non delle varietà vitivinicole.
A mio parere tale proposta, alla luce delle notizie finora diramate dagli organi d'informazione, appare poco chiara, tant'è che se ne potrebbe persino mettere in dubbio il fondamento.
Non si capisce cioè, se la proposta faccia riferimento alla liberalizzazione delle denominazioni territoriali o alla liberalizzazione dell'indicazione in etichetta del nome di vitigno.
Nel primo caso, dal mio punto di vista, la liberalizzazione non si tradurrebbe in un pericolo reale per le nostre Denominazioni, le quali affiancando al nome di vitigno quello di territorio, rientrerebbero a pieno titolo nel regime di tutela.
Inoltre le norme vigenti non consentono omonimie, a meno che queste non siano antecedenti alla riforma OCM Vino (caso di specie Tocai): ciò dovrebbe mettere le nostre Denominazioni al riparo da qualsiasi abuso.
Nel secondo caso invece, io ritengo auspicabile indicare in etichetta il nome del vitigno, non solo in ambito UE ma pure in Italia, seppure in retroetichetta e con caratteri grafici più piccoli rispetto a quelli della denominazione territoriale: ciò risponderebbe ad un'esigenza di trasparenza, oggi molto sentita specie dal consumo interno.
E' bene precisare che in Italia, subito dopo la legge sulle Denominazioni promulgata con DPR 930 del 1963 e successivamente aggiornata con legge 164 del 1992, abbiamo abbondato con le Denominazioni con nome di vitigno, perchè originariamente davano sufficienti garanzie nel mercato circoscritto prevalentemente locale.
Oggi la situazione è cambiata: il mercato globalizzato mette in risalto le falle del sistema e la sua capacità di tutela.
La proposta sulle liberalizzazioni della Commissione Europea, fondata o meno che sia, ha per lo meno avuto il merito d'individuare criticità, sollecitando attenzione sui temi relativi al sistema italiano delle Doc e sulla sua eventuale riforma.

Info e reazioni alla proposta CE:
http://www.ansa.it/canale_terraegusto/notizie/vino/2015/11/18/de-castro-in-pericolo-lambrusco-vermentino-sangiovese-html 

giovedì 17 settembre 2015

Etichettatura agroalimentare Made in Italy

ETICHETTATURA PRODOTTI ALIMENTARI MADE IN ITALY: TORNA L'OBBLIGO DI INDICARE LO STABILIMENTO DI PRODUZIONE IN ETICHETTA
Il Governo dà via libera a delega per reintroduzione obbligo indicazione dello stabilimento.
A breve notifica a UE per autorizzazione.
photo: www.gamberorosso.it
Ufficio Stampa Mipaaf, 10 settembre 2015 - Il Ministero delle Politiche Agricole Alimentari e Forestali rende noto che il Consiglio dei Ministri ha approvato lo schema di disegno di legge di delegazione europea che all'art.4 contiene la delega per la reintroduzione nel nostro ordinamento dell'indicazione obbligatoria della sede dello stabilimento di produzione o confezionamento per i prodotti alimentari e per l'adeguamento della normativa nazionale alle disposizioni del regolamento n. 1169/2011 in materia di etichettatura.
L'obbligo di indicazione della sede dello stabilimento riguarderà gli alimenti prodotti in Italia e destinati al mercato italiano.
Allo stesso tempo partirà a breve la notifica della norma alle autorità europee per la preventiva autorizzazione.
L'Italia insisterà sulla legittimità dell'intervento in applicazione di quanto previsto dall'articolo 38 del regolamento n. 1169/2011, motivandola in particolare con ragioni di più efficace tutela della salute dei consumatori.
"Quello di oggi - ha dichiarato il Ministro Maurizio Martina - è un passo importante che conferma la volontà del Governo di dare indicazioni chiare e trasparenti al consumatore sullo stabilimento di produzione degli alimenti. Diamo una risposta anche alle tantissime aziende che hanno chiesto questa norma e hanno continuato in questi mesi a dichiarare lo stabilimento di produzione nelle loro etichette. Non ci fermiamo qui, porteremo avanti la nostra battaglia anche in Europa, perché l'etichettatura sia sempre più completa, a partire dall'indicazione dell'origine degli alimenti. Per noi si tratta di un punto cruciale, perché la valorizzazione della distintività del modello agroalimentare italiano passa anche da qui. Lo scorso anno per la prima volta il Governo ha chiamato i cittadini a esprimersi ufficialmente su questa materia, attraverso una consultazione pubblica online. Il 90% dei 26 mila italiani che hanno risposto, ha detto che vuole leggere la provenienza chiaramente indicata sui prodotti che consuma".
fonte: https://www.politicheagricole.it/

La scomparsa dell'obbligo di indicare in etichetta lo stabilimento di produzione era stata provocata dall'entrata in vigore il 13 dicembre 2014, delle norme europee sulla fornitura di informazioni sugli alimenti ai consumatori del Reg. UE 1169/2011.
Tuttavia il regolamento consente interventi normativi nazionali ai singoli Stati Membri, qualora i cittadini esprimano in una consultazione, parere favorevole in materia di etichettatura obbligatoria dell'origine geografica degli alimenti.
L'opportunità è stata oggi colta per ciò che concerne l'indicazione dello stabilimento di trasformazione e confezionamento, ma deve ancora essere sfruttata per l'origine della materia prima, come chiede il 96,5 per cento dei consumatori che hanno partecipato al sondaggio Mipaaf.
info sondaggio Mipaaf: http://consultazione-pubblica-mipaaf.html

venerdì 31 luglio 2015

Programma sviluppo rurale Regione Marche

Il programma di sviluppo rurale (PSR) per la Regione Marche, che è stato formalmente adottato dalla Commissione europea il 28 luglio 2015, delinea le priorità delle Marche per l’utilizzo di quasi 538 milioni di euro di finanziamento pubblico, disponibile per il periodo di 7 anni 2014-2020
(232 milioni di euro dal bilancio dell’UE e 306 milioni di euro di cofinanziamento nazionale).
Il programma di sviluppo rurale per le Marche dà particolare rilievo alle azioni legate alla salvaguardia, ripristino e valorizzazione degli ecosistemi, al potenziamento della competitività del settore agricolo e di quello forestale e a promuovere l'inclusione sociale e lo sviluppo economico nelle zone rurali.
Si prevede che il 13,9% delle superfici agricole sarà oggetto d'impegni per la gestione delle risorse idriche, quasi il 14% per la gestione del suolo e quasi il 15% delle superfici agricole e l'1% di quelle forestali saranno oggetto d'impegni a sostegno della biodiversità.
L'agricoltura biologica riveste anch'essa un ruolo importante visto che un totale di quasi 4.000 ettari riceverà un sostegno per convertirsi all’agricoltura biologica e altri 38.000 ettari per mantenere la produzione biologica.
Al fine di potenziare la competitività del settore agricolo, oltre 650 agricoltori otterranno un sostegno per la ristrutturazione o l'ammodernamento delle loro aziende e 300 giovani agricoltori riceveranno aiuto finanziario per avviare la propria attività.
A questo riguardo, nella selezione delle operazioni un peso particolare verrà dato al fattore innovazione.
Quasi l'8% della spesa pubblica del PSR verrà destinata a sostenere azioni che stimolano l'innovazione, la cooperazione e lo sviluppo della base di conoscenze.
Infine il PSR Marche contribuirà all'inclusione sociale e allo sviluppo economico nelle aree rurali dove il 44% della popolazione sarà interessata dalle strategie di sviluppo locale.
Il 17% della popolazione rurale beneficerà anche di nuove o migliori infrastrutture a banda larga nelle aree rurali.
Il presente documento fornisce una breve sintesi del modo in cui le sfide e le opportunità che la Regione Marche si trova ad affrontare sono state prese in conto dal PSR 2014-2020.
In allegato, una tabella indica le priorità e gli aspetti specifici con la corrispondente allocazione finanziaria e gli obiettivi fissati.
Documento integrale relativo al piano di sviluppo rurale della regione Marche:
http://ec.europa.eu/agriculture/rural-development-2014-2020/marche_it.pdf
Qual'è la situazione attuale della Regione Marche?
Le Marche sono una regione del centro Italia classificata come "regione più sviluppata".
Si estendono su una superficie di 9.401 Km2, costituita per il 50,2% da terreni agricoli e per il 34,7% da foreste.
Il 95% del territorio regionale è classificato come area rurale della quale circa la metà è considerata Zona Svantaggiata.
Le Marche hanno una popolazione di circa 1,5 milioni di abitanti dei quali circa l'84% vive in aree rurali.
Il tasso di disoccupazione è del 11,1% (2013) ed è presente un'alta percentuale di popolazione anziana (23%).
Il settore agricolo deve far fronte a importanti cambiamenti strutturali.
La dimensione media delle oltre 45.000 aziende agricole è 10,5 ettari e il 30% delle aziende è al di sotto dei due ettari.
La superfice agricola utilizzata (SAU) regionale copre circa 471.000 ettari.
Le principali produzioni agricole marchigiane sono i cereali, l'ortofrutta, il vino, e i prodotti di origine animale.
L'industria alimentare, anche se meno specializzata che in altre regioni italiane, mostra tassi di crescita interessanti.
Circa il 40% dell'energia prodotta nelle Marche proviene da fonti rinnovabili, ma la regione registra un certo ritardo nell'utilizzo della biomassa disponibile come fonte per la produzione di energia.
Le Marche si contraddistinguono per un notevole patrimonio naturalistico che conta circa 326.000 ettari di foresta.
Nel territorio marchigiano sono stati individuati 104 siti Natura 2000 per i quali la Regione finalizzerà i piani di gestione entro il 2015.
Le principali sfide ambientali da affrontare nelle Marche sono legate al dissesto idrogeologico e all'erosione del suolo.
fonte: ec.europa.eu/italy/
http://ec.europa.eu/italy/news/2015/20150728_approvato_psr_marche_it.htm

venerdì 15 maggio 2015

Trattato di Libero Scambio UE e USA al Ferrara Festival

TTIP: sui diritti e sul cibo si può trattare?
Gli opposti si incontrano al Ferrara Festival
Il Transatlantic Trade and Investment Partnership (TTIP) fra UE e USA punta a ridurre dazi e barriere tariffarie, ma mette in discussione il sistema di controlli europeo.
comunicato stampa
A confronto i diversi punti di vista sul TTIP.
Focus della tre giorni del Festival di Altroconsumo – a Ferrara dal 22 al 24 maggio – in piazza del Municipio alle ore 11 sabato 23 maggio:  “Il Trattato TTIP: rischi e vantaggi. Sui diritti e sul cibo si può trattare?”.

Da un parte i rappresentanti dei consumatori, Luisa Crisigiovanni, Segretario Generale associazione Altroconsumo e Monique Goyens, Direttore Generale BEUC.
Dall’altra Simone Crolla, Managing Director American Chamber of Commerce in Italy.
Cinzia Scaffidi, Vicepresidente Slow Food Italia e Monica Di Sisto, Vicepresidente Fairwatch tra i coordinatori della Campagna Stop TTIP, completano il panel dei soggetti a confronto.
Modera Nicola Porro, Vice Direttore de Il Giornale.

Il settore agroalimentare è una sezione fondamentale del Trattato, l’incontro sarà l’occasione per discutere gli standard dei sistemi di controllo dei cibi; le legislazioni di UE e Stati Uniti sono infatti agli antipodi.
Qualche esempio di differenza di approccio.
- Il principio di precauzione: se c’è un rischio molto elevato che un prodotto possa far male, in Europa, le autorità possono intervenire in attesa di accertamenti scientifici; negli States vige il principio praticamente opposto, per cui alimenti e procedure sono sicuri fino a prova contraria.
- Severità sulla filiera: nel nostro sistema la sicurezza deve essere garantita lungo tutta la filiera produttiva “from farm to fork” (dai campi alla tavola), con prerequisiti igienici per i produttori, tracciabilità del prodotto ecc.; il sistema Usa invece, verifica per lo più la sicurezza del prodotto finito (ecco perché i trattamenti di igienizzazione chimica con la clorina sulla carne di pollo sono così diffusi, mentre in Ue sono proibiti).
- Niente ormoni nella carne: in Europa è proibito somministrare ormoni al bestiame per farlo crescere di più, perché mancano sufficienti studi circa la loro sicurezza. Negli Usa invece è ammesso l’uso di queste sostanze che riducono i tempi di allevamento e quindi fruttano moltissimo alle imprese.
- Meno antibiotici: negli allevamenti americani gli antibiotici possono essere usati in dosi maggiori, anche per far crescere di più gli animali. In Europa i limiti sono più restrittivi e l’uso è consentito solo per proteggere il bestiame dalle malattie.
- Ogm senza etichetta: nell’Ue i prodotti che contengono più dello 0,9% di Ogm devono dichiararne la presenza in etichetta. L’informazione sulle confezioni non è mai obbligatoria negli Stati Uniti.
- Le denominazioni d’origine non importano: cosa succederebbe se gli States potessero esportare i tanti prodotti che rubano il nome delle nostre 250 Dop e Igp (come ad esempio il “Parmesan” o il “Gorgonzola” prodotto in Illinois)? Per noi il nome deve restare garanzia della provenienza e della qualità degli alimenti.

L’accordo sposterà l’ago della bilancia verso gli standard europei o verso quelli americani?
Difficile dirlo, anche perché tutte le sessioni del negoziato sono a porte chiuse, vengono rilasciate sporadiche comunicazioni ed è stato necessario l’intervento della Corte di Giustizia Europea per ottenere, a ottobre 2014, la pubblicazione delle linee guida delle trattative.

Oltre ai dubbi legati al sistema dei controlli, è ancora tutta da dimostrare la profittabilità economica, almeno per i cittadini europei, del Trattato.
Un accordo che impatterà sulla vita di oltre 800 milioni di persone e secondo i negoziatori favorirà l’economia di entrambe le parti, con un aumento del PIL dell’Unione Europea di circa 120 miliardi di euro l’anno (circa lo 0.5% di tutto il Prodotto Interno Lordo Europeo) e di 90 miliardi per gli Stati Uniti (0.4% del PIL USA).
Per l’Italia le stime sono di un aumento di export di 2 miliardi di Euro all’anno, numeri che hanno convinto immediatamente il governo ad appoggiare il TTIP.
Non sono dello stesso parere gli oppositori al trattato che portano a esempio lo studio della Tufts University del Massachusetts.
I ricercatori del New England prevedono la perdita di quasi 600.000 posti di lavoro in tutta Europa e una riduzione del reddito procapite, che varierà da stato a stato, compresa fra i 165 e gli oltre 5mila euro.
Sempre secondo lo stesso studio il TTIP sarà a tutto vantaggio degli USA: quasi 800mila nuovi posti di lavoro e un aumento del reddito procapite di € 699.

Quest’anno il Festival di Altroconsumo #direfarecambiare sarà all’insegna dell’innovazione per una nuova generazione di consumatori 2.0.
La tre giorni avrà il patrocinio del Comune e della Provincia di Ferrara e vedrà come partner Ferrara Fiere Congressi e Ferrara terra e acqua.
Il programma dell’evento si arricchirà di giorno in giorno, sul sito www.altroconsumo.it

post correlato:
http://trattato-di-libero-scambio-i-pro-e-i.html

domenica 24 agosto 2014

Zuccheraggio del vino

Il post è tratto dalla newsletter di AisMarche sito ufficiale dell'Associazione Italiana Sommelier della regione Marche.
SVOLTA PER LE CANTINE: AUTORIZZATO LO ZUCCHERAGGIO DEL VINO
È la più rilevante novità dell’ultima versione dell’OCM vino comunitaria (Organizzazione comune di mercato – Regolamento UE 1308/2013), che ha modificato la norma che impediva l’utilizzo dello zucchero d’uva (solido, ndr) nella produzione del vino.
La normativa chiarisce che si deve trattare di un prodotto ottenuto senza impiego di solvente e che deve possedere caratteristiche di purezza migliori rispetto al mosto concentrato liquido, in riferimento alla presenza di anidride solforosa.
Da quest’anno è infatti possibile utilizzare anche in cantina lo “zucchero” d’uva, in altre parole il mosto concentrato rettificato solido.
<è bene precisare che lo zuccheraggio è una tecnica usata non per rendere il vino più dolce, ma per aumentarne la gradazione alcolica>
È stata l’Azienda Naturalia Ingredients Srl che ha messo a punto la tecnologia adatta a “creare” la solidità dello zucchero dell’uva.
Fino al 2009 questo zucchero era disponibile solo in forma liquida (mosto concentrato e mosto concentrato rettificato).
Ora la nuova formula permette di avere un prodotto più sicuro, di maggiore conservabilità, più puro e “solido” grazie ad un processo innovativo brevettato.
La produzione industriale è iniziata nel 2012 con il completamento del nuovo impianto a Mazara del Vallo (Trapani).
È un prodotto naturale al 100%, di assoluta stabilità microbiologica, privo di allergeni, esalta la sapidità con un gusto fruttato ed è conforme a tutte le leggi specifiche della normativa alimentare.
La concentrazione del mosto d’uva è una pratica antica, messa a punto dai nostri antenati, per conservare il più a lungo possibile il succo di questa preziosa bacca.
Che si chiamasse mosto cotto o sapa, il succo d’uva concentrato è stato utilizzato per dolcificare tanti alimenti o dare forza ai vini deboli.
È una miscela di preziosi monosaccaridi, fruttosio e glucosio in pari percentuali e piccole tracce di altri, utilizzato nell’industria alimentare per via delle sue indiscusse qualità sia tecniche sia organolettiche.
A partire dalla vendemmia 2014 le aziende avranno la possibilità di utilizzare questo prodotto innovativo per spumantizzare, per arricchire, per dolcificare, grazie alle caratteristiche di maggiore flessibilità ed efficacia rispetto agli altri prodotti.
Fonte: Agronotizie
http://agronotizie.imagelinenetwork.com/agricoltura-economia-politica/2014/04/10/vino-novita-in-cantina-con-lo-zucchero-drsquouva-cristallizzato/37631
- n.d.r.
Per inquadrare meglio questa parziale novità introdotta dall'ultima versione dell'OCM unica, occorre risalire all'antefatto.
Vietare lo zuccheraggio dei vini attraverso la nuova Organizzazione Comune di Mercato del vino, avrebbe avuto il significato di scremare la quantità dei vini immessi sul mercato globale.
Ma il risultato a Bruxelles nel dicembre 2007, è stato schiacciante: 20 paesi su 27 si sono schierati pro zuccheraggio (pratica che è normale consuetudine nei paesi del nord Europa).
Nel momento in cui lo zuccheraggio è rimasto, per non creare discriminazioni, sono stati dati ai paesi del resto d'Europa dove lo zuccheraggio da saccarosio è vietato, aiuti per addizionare il vino con i mosti concentrati liquidi (mc e mcr): una sorta di tentativo di fissare una “par condicio”.

mercoledì 20 agosto 2014

Trattato di libero scambio, i pro e i contro.

Articolo di Sergio Pitzalis dal sito www.agrinotizie.com
Trattato di libero scambio, i pro e i contro
http://www.agrinotizie.com/articoli/news.php?id=3061#.VrDqq9LhDGi
Oggi vogliamo uscire dalla consueta analisi dei mercati dei cereali per concentrarci su un argomento non ancora abbastanza pubblicizzato dai media, ma che interesserà tra non molto tutti gli agricoltori e i commerciali italiani.
Stiamo parlando del trattato di libero scambio tra Europa, Stati Uniti e Asia, denominato TTIP, ovvero Transatlantic Trade and Investment Partnership.
Questo tipo di accordo sul libero scambio tra Unione Europea, Stati Uniti d’America e altri paesi asiatici è giunto a una svolta importante e non rappresenta una normale trattativa come tante altre: ciò che ne uscirà sarà la più grande rivoluzione commerciale del libero scambio mai vista a livello mondiale.
Basti pensare che le aree interessate saranno, oltre agli Stati Uniti e all’Europa, dodici paesi delle due sponde del Pacifico.
Ma andiamo con ordine.
La posta in gioco è chiaramente alta: i rappresentanti dei paesi interessati cercheranno di ottenere più condizioni vantaggiose possibili, tutelando le proprie risorse.
Il trattato prenderà in considerazione molti settori economici, ma in questa sede noi ci occuperemo solo degli aspetti legati all’agricoltura.
Attualmente il TTIP è appena a metà strada: si prevede una chiusura della prima stesura tra dicembre 2014 e gennaio 2015.
Per questa ragione, adesso è prematuro esprimere giudizi in merito su cose ancora non definite; ma data l’enorme potenzialità economica, le voci contrarie e favorevoli si sono già distinte e scese in campo.
Gli scettici
Secondo molti, un accordo di libero scambio come il TTIP potrà andare a scapito della qualità dei cibi che avremo sulle nostre tavole.
L’obiettivo sarà di avere prezzi più bassi per tutti gli alimenti utilizzando cibi oggi non consentiti (come i prodotti OGM), accettare carne agli ormoni, carcasse di pollo lavate con il cloro e quelle di mucca con l’acido lattico, eccetera.
Tutte procedure da noi non consentite.
Per i cibi trattati con OGM e pesticidi, dobbiamo valutare come negli Usa siano 70 milioni gli ettari con coltivazioni OGM e circa il 70% i cibi lavorati e venduti nei supermercati statunitensi.
Così come l’uso di grosse quantità di pesticidi in agricoltura, dove la legislazione Usa pone limiti ridotti rispetto agli standard europei.
Più del 90% del manzo Usa è prodotto con ormoni della crescita bovina, che invece in Europa subiscono restrizioni dal 1988.
Bruxelles si è già espressa in tal senso respingendo carne che contenga cloridrato di ractopamina, un medicinale usato per gonfiare il tasso di carne magra di suini e bovini.
Senza considerare l’uso del cloro per disinfettare i polli e tacchini permesso negli Usa e bandito in Europa dal 1997 e l’uso di interferenti endocrini, dove l'Unione Europea ha già fissato livelli massimi di contaminazione.
Gli aspetti finora trattati sono molto importanti per la salute di tutti noi, ma la questione più delicata per la nostra agricoltura è legata ai possibili danni ai marchi a denominazione d’origine.
Il sistema delle produzioni delle Dop e Igp, che in Italia genera un fatturato di circa 7 miliardi di euro, al consumo di circa 12,6 miliardi di euro e un valore di export pari al 32%, potrà essere messo in seria difficoltà, con prodotti a basso costo provenienti dal resto del mondo.
I favorevoli
Altrettanti opinionisti sono invece convinti che, se i rappresentanti europei sapranno garantire certe condizioni di sicurezza e trasparenza, l’occasione potrà essere vantaggiosa anche per tutti i cittadini dell’Ue e per la nostra economia agricola.
La linea oltre la quale la Commissione Europea non può scendere, è quella di non mettere in discussione il principio di precauzione usato in Europa per la sicurezza alimentare, secondo il quale un prodotto può essere ritirato dal mercato se c’è il rischio che possa danneggiare la salute umana.
Cosa che non sussiste nei mercati extra-europei.
Sarà necessario valorizzare i nostri prodotti locali, rafforzando l’agricoltura biologica e l’agroecologia, mettendo in chiaro come un cibo sano e genuino può nascere solo da un ambiente in cui il terreno e le acque non siano inquinati.
Sono in molti ha ritenere che se l’Ue farà bene il suo lavoro, le opportunità che gli agricoltori avranno saranno maggiori rispetto ai problemi.
Una liberalizzazione dei mercati può ridare vita ulteriormente alle nostre esportazioni, specie dei prodotti riconosciuti da certificati di qualità, senza dazi e barriere protettive.
È fondamentale che i nostri rappresentanti, prima a livello interno poi al TTIP, abbiano le idee chiare e siano pronti a discutere ogni particolare con attenzione e prudenza, senza lasciare troppi spazi alle multinazionali americane.
Infine non dobbiamo dimenticare come il trattato sia solo in una prima fase embrionale: inutile creare allarmismi ingiustificati senza nulla di concreto e senza certezze di nessun tipo.
Adesso la bilancia è perfettamente in pareggio, le opportunità sono le stesse per noi e per gli agricoltori americani e asiatici, ma la lotta non sarà facile per nessuno.

- Sergio Pitzalis è titolare della Gsa (Gann Systems Analysis), che da oltre 10 anni opera sui mercati finanziari e sulle principali borse merci internazionali per offrire un supporto alle aziende agricole. Ogni lunedì cura su Agrinotizie una rubrica in cui analizza il mercato internazionale e italiano dei cereali. Pitzalis offre inoltre delle analisi approfondite sulle tendenze internazionali del mercato dei cereali -

sabato 17 maggio 2014

Wine news da Bruxelles, commercio vendita diretta.

La vendita diretta ai privati dentro i confini europei non è una prospettiva sfumata.
I vignaioli e i piccoli produttori possono tirare un sospiro di sollievo e ricominciare a sperare.
Per l’istanza che chiede lo snellimento della compravendita e il superamento delle accise, si apre uno spiraglio.
E' stato fatto un passo in avanti.
La Commissione Europea ha deciso di avviare uno studio su questa forma di vendita, di cui si è fatta promotrice a Bruxelles la Confédération Européenne des Vignerons Indépendants, l’organizzazione internazionale che riunisce i vignaioli indipendenti europei, presentando un documento sulla semplificazione della materia, che poi ha portato a due interrogazioni parlamentari.
Adesso è pronto il questionario che servirà all’indagine.
Verrà presto inviato ad un panel di produttori selezionati in tutta Europa.
Il questionario è stato stilato per sondare e comprendere i vantaggi, le difficoltà e l’impatto della vendita diretta per chi la pratica.
Ad averlo visto stampato, è stata proprio la presidente della Fivi Matilde Poggi, a Palazzo Justus Lipsius sede del Consiglio, dove si è recata qualche settimana fa.
Seguiranno lo studio: la Direzione generale dell’Agricoltura e dello sviluppo rurale della Commissione Europea e la Direzione Generale Fiscalità e unione doganale.
by: www.ilgiramondo.net
“L’Unione Europea è stata fondata per la libera circolazione delle merci e delle persone  
- dice la Poggi - invece s'impedisce di vendere direttamente al privato di un altro stato comunitario.
Siamo tutti obbligati a nominare il rappresentante fiscale che si occupa della transazione e del trasporto, a sottoporci a trafile burocratiche onerosissime.
Praticamente siamo costretti ogni volta a pagare una gabella che fa lievitare il prezzo del vino.
Paghiamo la spedizione e paghiamo la gestione della pratica accise anche quando queste, sia nel Paese di partenza che di destinazione, sono a zero.
In questo modo si penalizzano i piccoli produttori che non hanno una distribuzione globale, si congela il commercio.
Si fa tanto per fidelizzare il cliente che viene a trovarci o che acquista da noi il nostro vino, ma poi si finisce col perderlo una volta rientrato a casa, nel proprio Paese, non potendo più vendere alle stesse condizioni che avevamo applicato in cantina o nel nostro punto vendita.
La Fivi da tempo si batte in prima linea per cambiare le cose insieme alla Cevi, di cui fa parte”.

Per la presidente, la decisione presa dalla Commissione è un traguardo; un segnale positivo che mostra, oltre l’interessamento, la volontà da parte delle istituzioni di approfondire la questione e probabilmente di valutare nuovi orizzonti di mercato.

Una buona notizia che rincuorerà sicuramente anche il sistema dell’e-commerce.
Proprio uno dei rappresentanti di questo canale, Filippo Ronco di Vinix, che ha creato Grassroots Market, qualche mese fa lanciava attraverso la rete un appello ai colleghi e ai produttori https://www.vinix.com/myDocDetail.php?ID=7213&lang=ita
invitandoli ad unirsi contro questi paletti che stanno penalizzando una parte importante del mondo produttivo, fatto da realtà ridimensionate, per lo più familiari, ma dal peso specifico importante.
(fonte: cronachedigusto.it)

l'intero post di Manuela Laiacona:
http://www.cronachedigusto.it/archiviodal-05042011/325-scenari/13205-uesi-apre-uno-spiraglio-per-la-vendita-diretta-ai-privati-la-commissione-avvia-uno-studio.html

martedì 18 giugno 2013

Export vino ed energie rinnovabili.

Proprio in queste ultime settimane, è andato accentuandosi l'attrito tra Cina e Comunità Europea a proposito dei dazi doganali sulle importazioni; adottati reciprocamente come misure "anti-dumping", sia sull’importazione in Europa di pannelli solari fotovoltaici cinesi, sia sull’importazione in Cina di vini Comunitari.
La vicenda scaturisce dal fatto che Pechino, una volta percepito il forte interesse Comunitario verso le energie rinnovabili, prende la decisione di diventare monopolista nella produzione di pannelli solari, a questo scopo immettendo sul mercato europeo manufatti sotto costo.
In concreto Pechino allestisce una vera e propria operazione di “dumping”, finalizzata a stroncare qualsiasi velleità di concorrenza.
A seguito di questa situazione oggettiva venutasi a creare in Europa in ordine alla fornitura dei manufatti cinesi e per porvi in qualche modo rimedio cercando di ripristinare le corrette regole del mercato, si è arrivati a proporre a livello di Commissione Europea, l’adozione di misure “anti-dumping” (come appunto i dazi doganali sull'importazione di pannelli solari made in China).
Tale proposta a dire la verità, non ha trovato l’unanimità in sede Comunitaria ed anzi ha finito per ottenere un effetto opposto a quello voluto:
- da un lato aumentando le divisioni tra gli Stati, divaricando ancor più la distanza tra i paesi favorevoli come Italia, Francia, Spagna e quelli contrari (la Germania)
- dall’altro lato, rinsaldando l’asse privilegiato Berlino-Pechino.

(n.d.r.: apro e chiudo rapidamente una parentesi strettamente politica, per dire che anche un fatto relativamente circoscritto come questo, può essere considerato come il sintomo di un interesse diffuso ad ostacolare l’integrazione politica europea, allo scopo di relegare il Vecchio Mondo in posizione subordinata nel sistema globalizzato e mantenerlo soggetto debole nei rapporti di mercato).

Ma qual'è il ruolo del vino all’interno di questa vicenda?
Si dà il caso che a Pechino abbiano individuato nel settore agroalimentare, il possibile volano di sviluppo e di ripresa economica soprattutto per alcune aree geografiche della Comunità Europea: un settore strategico, in grado di dare prospettive e di riattivare le dinamiche di mercato in tempo di crisi.
Ebbene, la ritorsione cinese sui dazi europei andrebbe non a caso a colpire proprio il comparto vinicolo, che è uno dei driver di crescita dell'intero settore agroalimentare.
Minacciare di rialzare i dazi sull'import di vini europei (scesi dall'entrata della Cina in WTO nel 2002, dal 65% al 14%), significherebbe toccare un nervo scoperto, di fronte al quale la Comunità Europea non avrebbe la possibilità di rimanere indifferente.
La Cina realizzerebbe così l'obiettivo di costringere l'UE a rivedere la decisione di adottare misure “anti-dumping” nei confronti dei pannelli solari cinesi.
In sostanza si può affermare che Pechino abbia, in modo certamente strumentale e a tutela esclusiva dei suoi interessi, scatenato una vera e propria “guerra del vino” con l'Europa, nella piena consapevolezza che i paesi europei di tradizione vinicola consolidata, come ad esempio gli Stati mediterranei, non sarebbero mai in grado di rinunciare alle opportunità che un mercato in forte crescita come quello cinese, può offrire sia attualmente che in prospettiva.

lunedì 13 febbraio 2012

Nuova disciplina UE sul vino biologico.

I vini biologici riporteranno in etichetta la dicitura “vino biologico”, il logo biologico dell’UE e il numero di codice dell’organismo di certificazione.
Sono le novità in arrivo dall’Europa: il Comitato permanente per la produzione biologica (SCOF) ha approvato nuove norme che saranno pubblicate nelle prossime settimane sulla Gazzetta Ufficiale.

Il nuovo regolamento, applicabile a partire dalla vendemmia del 2012, prevede la possibilità per i viticoltori biologici di utilizzare il termine “vino biologico” sulle etichette, con il logo biologico dell’UE. Questo garantisce una maggiore trasparenza e permette ai consumatori di scegliere meglio il prodotto da comprare.

Attualmente non esistono norme europee o definizioni applicabili al “vino biologico”. La certificazione biologica è prevista soltanto per le uve e l’unica dicitura consentita è “vino ottenuto da uve biologiche”. Le nuove norme introducono, invece, una definizione tecnica di vino biologico che è coerente con gli obiettivi e i principi dell’agricoltura biologica enunciati nel regolamento (CE) n. 834/2007 del Consiglio relativo alla produzione biologica.

Il regolamento stabilisce le tecniche enologiche e le sostanze autorizzate per il vino biologico. Una di queste norme fissa il tenore massimo di solfito per il vino rosso a 100 mg per litro (150 mg/l per il vino convenzionale) e per il vino bianco/rosé a 150mg/l (200 mg/l per il vino convenzionale), con un differenziale di 30mg/l quando il tenore di zucchero residuo è superiore a 2 g/l.
Vengono stabilite anche alcune pratiche enologiche e di sostanze, quali definite nel regolamento (CE) n. 606/2009 relativo all’organizzazione comune del mercato (OCM) vitivinicolo, da utilizzare per i vini biologici. Ad esempio non sono consentiti l’acido sorbico e la desolforazione e il tenore dei solfiti nel vino biologico deve essere di almeno 30-50 mg per litro inferiore al livello dell’equivalente vino convenzionale (a seconda del tenore di zucchero residuo).
Il “vino biologico” deve ovviamente essere prodotto utilizzando uve biologiche quali definite nel regolamento (CE) n. 834/2007.
Queste novità contribuiranno a facilitare il funzionamento del mercato interno e a rafforzare la posizione che i vini biologici dell’UE detengono a livello internazionale, dato che molti altri paesi produttori di vino (USA, Cile, Australia, Sudafrica) hanno già stabilito norme per i vini biologici.

Dopo il voto nel Comitato permanente, il commissario europeo per l’agricoltura e lo sviluppo rurale, Dacian Cioloș, ha dichiarato: “Sono lieto che sia stato infine raggiunto un accordo su questo tema. Era infatti importante fissare norme armonizzate al fine di garantire un’offerta chiara ai consumatori, che sono sempre più interessati ai prodotti biologici. Constato con piacere che le norme adottate stabiliscono in modo trasparente la differenza tra vino convenzionale e vino biologico – come è il caso per altri prodotti biologici. In tal modo si dà ai consumatori la certezza che un “vino biologico” sia stato prodotto applicando norme di produzione più rigorose.”
                                                   fonte: HelpConsumatori
(Ad una prima e sommaria analisi, il provvedimento appare fin troppo lassista, essendo la soglia di solfiti ammessa piuttosto elevata; tenuto conto per giunta delle possibili deroghe a tale soglia massima, autorizzabili dalle singole autorità nazionali in presenza di andamento stagionale particolarmente critico per sviluppo eccezionale di batteri e spore fungine. Inoltre i livelli massimi di solfiti indicati nel regolamento, sono superiori a quelli utilizzati dalla gran parte dei produttori italiani di vino biologico; non appare equo perciò, che quest'ultimi non possano indicare in etichetta la quantità usata. 
Un primo passo o tentativo di disciplina della materia, che per il momento sembra non del tutto sufficiente.  n.d.r.)
La dicitura vino biologico e il logo europeo saranno utilizzabili retroattivamente anche per i prodotti ottenuti nelle vendemmie passate, purchè sia dimostrabile e certificabile il rispetto dei disciplinari attuali.